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Diario di bordo


Un anno prima in Montenegro

Un anno prima in Montenegro - Hipazia la Scuola

Perast. Città nell’ultimo bacino delle Bocche di Cattaro. Sede di un’antica Scuola Nautica.

Nel quattrocento e cinquecento  gli Zar di Russia vi mandavano a studiare gli Ufficiali della Marina Militare. C’è da domandarsi perché, in un posto così piccolo, e così lontano.

A Perast si erano sviluppati grandi armatori di flotte commerciali. E’ probabile che con questi commercianti gli Zar fossero riusciti a negoziare un accordo per la cessione di know-how che con altre Potenze concorrenti doveva essere impossibile.

Martedì 15 maggio, ore 23,53

Il gatto


Sono a Isto. Spento il brusio del riscaldamento il silenzio è totale. Ci sarebbe anche una stellata meravigliosa, ma l’inquinamento di luce è eccessivo. Non vedo l’ora di arrivare alle Incoronate, in una baia deserta, dove le uniche luci accese saranno le stelle.

Sono legato al fianco di un peschereccio, in testa al molo. Cena buonissima: spaghetti alla puttanesca, insalata di pomodori e fagioli rossi con cipolla e sgombri AsdoMar, acqua Jamnica e la mezza bottiglia avanzata del mio Cabernet preferito. Una l’ ho regalata ai pescatori che mi ospitano all’ormeggio. Sembrava non avessero mai bevuto un vino così buono. Ora dormono da un bel pezzo.

Mentre stavo cenando si è affacciata all’oblò della cucina la testa di un gatto: sontuoso, nutritissimo, occhi enormi e chiari, bellissimo. E’ stato un momento di felicità, e di compagnia. Ho desiderato che restasse, anche che potesse entrare in cabina. Invece lui ha fatto un’accurata ispezione girando la testa dappertutto e poi l’ ho visto dagli altri oblò passare lungo tutto il ponte. Avevo sentito, poco prima, un strano rumore, un lieve tonfo. L’avevo notato nel silenzio, con un po’ di apprensione. Adesso, mentre il gatto se ne andava, ho sentito gli stessi tonfi vellutati. E poi di nuovo il silenzio totale. 

Stamattina a Lussino ero di nuovo fresco e felice, sveglio un’ora prima della sveglia. Un po’ perché non c’era più quell’urlo della bora, ancor di più perché potevo finalmente ripartire dopo due giorni e due notti di pioggia, di freddo, di vento. Sono andato tre volte al ponte verso est a vedere il mare che pian piano si calmava. Ma ieri sera nello stesso punto era difficile camminare se non di taglio al vento, fortissimo, duro, impossibile da affrontare.

La veleggiata di oggi è stata meravigliosa. Anche molto tecnica, impegnativa, e divertente. Sempre al gran lasco con vento fra 13 e 18 nodi, sempre al limite della strambata involontaria per il mare mosso che mi portava sempre in strapoggia. E poi le tante virate di poppa, con vento sostenuto e mare mosso, alla ricerca delle rotte più convenienti fra le isole per cercare i ridossi dall’onda. Tante volte ho desiderato di mettermi a farfalla, ma da solo non mi fidavo, con quell’onda che mi faceva rischiare una rovinosa strambata. C’erano diverse barche e qualche volta ho dovuto anche calcolare la rotta per non andare in collisione.

Infine. Non provare mai più a ritirare da solo il genoa con vento forte al lasco. Le scotte si sono ingroppate all’inverosimile, e anche la tirella del rollafiocco sul verricello elettrico. Alla fine ce l’ho fatta a sbrogliare tutto, ma ho dovuto concludere l’ammaino con le braccia.

Il programma di domani lo farò domattina, con calma, dopo che prima dell’alba il peschereccio mi avrà lasciato il suo posto in testa al molo.

E’ bello fare programmi di un solo giorno. Mi sembra un lusso.

Giovedì 17 maggio, ore 23,20

Giovedì 17 maggio, ore 23,20 - Hipazia la Scuola

Tea


Sono a Sali da ieri sera e ho dedicato la giornata a controlli e provviste. E’ l’ultimo posto organizzato prima delle Incoronate, e infatti la colonizzazione di quelle isole fu fatta dagli abitanti di questa cittadina e da quelli di Murter.

Sali mi piace tanto. Mille abitanti e una fabbrica per lavorare il pesce, venduto in scatolette, ricette molto buone. C’è anche una biblioteca pubblica con internet point, aperta saltuariamente ma fino a sera tardi. La cittadina è tutta intorno al suo porticciolo e al mandracchio in fondo all’ansa, dove i gatti catturano con zampatine fulminee i pesci che si avventurano sulla battigia dello scivolo per le barche. Alcune barchette sono a terra, è stagione di cure e pitture. Altre appena rigovernate sono già in acqua, una più bella dell’altra, coloratissime e luccicanti, una bianchissima con le tendine di pizzo fatto a mano. Le fotografo tutte perché è impossibile scegliere.  

Arrivando, a un’ora da qui, ho preso un temporale, forte, con più tuoni che lampi ma pioggia tanta. Non c’è stato molto vento, ho visto una raffichetta di 22 nodi per qualche secondo. In più –fortunatamente, perché il canale fra le isole non era molto largo-  il vento veniva già da poppa, come deve essere preso in questi casi, e perciò non ho dovuto fare niente con la rotta. L’unico problema era che con tutta quella pioggia battente e densa non vedevo niente oltre dieci o quindici metri, suppongo. Ma non era probabile che venissero altre barche in direzione contraria, e l’unica che avevo visto davanti prima del temporale era molto lontana.

Atterrando a Sali c’era già di nuovo il sole.

Al bar del porto ho parlato con una ragazza che ci lavora. Si chiama Tea, è giovane, venticinque anni. Mi aveva visto scendere dalla barca ormeggiata proprio davanti alle sedie del bar e si era interessata al nome Hipazia. Mi dice che viene sempre a Sali appena comincia la bella stagione, lasciando i genitori a Zara. La madre è nata e cresciuta a Sali e il legame non si è mai sciolto. A Zara Tea si trova bene, ha studiato design all’ Università, ma fa una brutta smorfia dicendo che aveva lavorato in un’ agenzia come grafica, e cambia discorso. Torna a parlare di Sali, e dice che le piace venirci  per tre ragioni: si vive rilassati, ci sono i suoi amici, ed è ideale per fare vela.

Mi racconta orgogliosa che a suo tempo si era classificata ottava al Campionato Europeo di Optimist a Riva del Garda, e che se potesse comprarsi una barca, anche piccola, il suo sogno sarebbe di fare il giro del mondo da sola. Perché, dice, “non mi fa paura di morire se è per fare una cosa che mi piace”.  La citazione è testuale. La conversazione si è svolta un po’ in inglese e un po’ in italiano. Ha detto alcune volte che quando potrà avere una barca, anche domattina, partirà subito. Non credo abbia usato condizionali, non ne sono sicuro. Ma si capiva dalla sua determinazione che il suo sogno è un progetto, non un desiderio.

La moneta d’oro

Dunque, la mia barca si chiama Hipazia.

Ipazia era un’astronoma, matematica, e filosofa neoplatonica, vissuta ad Alessandria d’Egitto alla fine del quarto secolo dopo Cristo. Fu fatta uccidere massacrata, facendola a pezzi, e poi furono bruciati i suoi pezzi, su ordine del Vescovo di Alessandria, Cirillo, Padre della Chiesa, tuttora. Era figlia di Teone, Direttore della Biblioteca del Tempio di Serapide, cioè di quello che era rimasto dall’ incendio della Biblioteca di Alessandria.

Quando ho visto la mia barca indossare per la prima volta il nuovo nome ho avuto con lei un moto di affetto, e c’era qualcosa che mi stringeva nel petto.

Con il suo nuovo nome la barca è diventata mia, con una personalità che prima non c’era.

Cambiare nome alla barca, però, ha comportato di affrontare il problema della superstizione dei marinai, per i quali cambiare nome alla barca porta sfortuna. I marinai sono tutti superstiziosi, e una ragione ci sarà.

Ma la mia barca doveva, assolutamente doveva, diventare Hipazia.

Così, per mettermi un po’ al sicuro, non ho cambiato l’iscrizione al Porto dove era nata.

Tutti sanno che ci sono della pratiche per allontanare la sfortuna quando si cambia il nome alla barca. Ma anche qui, come in tutte le cose di mare, le versioni sono tante.

Allora decido di consultare l’amico grande esperto e grande appassionato, scrivendogli una mail. Risponde che le pratiche più efficaci sono tre. Fare una targhetta di legno col precedente nome e installarla in un posto nascosto dentro uno stipetto. Mettere una moneta d’oro sotto il piede dell’albero. Cospargere la sentina con urina di donna vergine.

Gli chiedo allora, sempre via mail, quale fosse secondo lui il grado di affidabilità di ciascuna di queste pratiche. Risponde che le prime due sono incerte, ma la terza è storicamente provata.

A fare la targhetta ha provveduto Pierpaolo. Che ha trovato le lettere di bronzo soltanto in un negozio per lapidi da cimitero.

Mettere la moneta d’oro comportava disalberare, che costava molto di più della moneta d’oro.

Ma ne bastavano due di pratiche, secondo l’amico esperto, e allora abbiamo scartato quella della moneta d’oro sotto il piede dell’albero.

Così è cominciata la ricerca della pipì di donna vergine. E per molte cene è stato un tema che produceva varie considerazioni.

Finché è arrivata la cena di capodanno, come sempre a casa nostra, circa una ventina di persone. E dal brusio del chiacchiericcio confuso intorno al tema spunta improvvisamente la domanda di una voce femminile: “Ma vale anche la pipì di una vergine di ritorno?”

Grandioso!

Problema risolto. Respinta la sfortuna.

Sabato 19 maggio. Giornata lunga e piena di avvenimenti.

Sabato 19 maggio. Giornata lunga e piena di avvenimenti. - Hipazia la Scuola

Incoronate


“Quando l’aereo è decollato da Roma per Osaka è passato sopra Pescara e poi l’Adriatico e la Dalmazia. Ho guardato giù e ho visto un gran spettacolo di isole lunghe e strette, come vallate di montagna parallele una all’altra sommerse dal mare e dove restava fuori solo la vetta. Mi sono detto in cuor mio … ecco dove va a veleggiare Carlo san (alla giapponese).  Deve essere uno spettacolo, meglio ancora dell’Istria che abbiamo visto insieme. Dall’alto sembrano isole disabitate o molto poco abitate.  Solitudine e silenzio. Ciao. Gianni”         

 

(da una mail di Gianni di domenica 10 maggio)

 

 

Segue alla prossima pagina.....

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